Perché le tecniche per addormentarsi non garantiscono un sonno immediato?

DiVittorio Traetti

Ago 10, 2026
Persona sveglia accanto al cronometro

Un cronometro mette a confronto due numeri difficili da ignorare: circa due minuti promessi dal metodo militare dopo la pratica, contro circa 40 minuti indicati come tempo medio per addormentarsi. Le tecniche per addormentarsi possono aiutare a creare una routine di rilassamento, ma il risultato rapido non è automatico: la promessa dipende da un allenamento prolungato e da condizioni che il metodo, da solo, non controlla.

Il secondo dato è riportato da Men’s Health Italia e attribuito all’Istituto Superiore di Sanità, ma l’attribuzione non trova riscontro verificabile nel testo integrale dell’ente richiamato. Va quindi trattato come un riferimento orientativo, non come il tempo normale entro cui ogni persona dovrebbe prendere sonno. Il confronto rimane utile per un altro motivo: mostra la distanza tra un titolo efficace e ciò che accade davvero quando si spegne la luce.

Tecniche per addormentarsi e promessa del metodo militare

Il cosiddetto metodo militare viene ricondotto al libro Relax and Win: Championship Performance, pubblicato nel 1981 dal coach di atletica Lloyd Bud Winter. La ricostruzione giornalistica di Men’s Health Italia descrive una procedura composta da rilassamento muscolare progressivo, respirazione guidata e visualizzazione mentale. È una descrizione del protocollo, non una prova clinica capace di garantire lo stesso risultato a tutti.

La procedura richiede di portare l’attenzione su diverse parti del corpo e ridurne gradualmente la tensione:

  • rilassare i muscoli del viso, compresi fronte, occhi e mandibola;
  • lasciare scendere le spalle e distendere prima un braccio, poi l’altro;
  • allentare la tensione del torace seguendo il respiro;
  • rilassare gambe e piedi, procedendo con ordine.

Questa sequenza assomiglia a un body scan, cioè una scansione mentale del corpo eseguita portando l’attenzione, una zona alla volta, alle tensioni presenti. Non c’è un pulsante da premere. Bisogna riconoscere la contrazione, smettere di alimentarla e mantenere il filo della procedura anche quando arrivano altri pensieri.

Il metodo prosegue quindi sul piano mentale. La persona può richiamare una scena neutra, per esempio una canoa ferma su un lago calmo oppure un’amaca in un ambiente buio. In alternativa viene suggerita la ripetizione della formula “non pensare” per circa dieci secondi. L’obiettivo pratico è togliere spazio alla conversazione interna che continua dopo essersi messi a letto.

Letta per intero, la procedura è meno spettacolare di come viene spesso presentata. Contiene passaggi precisi, richiede attenzione e può perfino diventare frustrante se viene affrontata come una gara contro l’orologio. Controllare continuamente quanto tempo è trascorso mantiene infatti l’attenzione sul risultato, mentre l’esercizio chiede di spostarla sul corpo, sul respiro e su un’immagine stabile.

Le settimane di pratica cambiano il significato della promessa

La condizione che pesa più di tutte è quella che di solito finisce in secondo piano: la possibilità di raggiungere il tempo dichiarato viene associata a sei settimane di pratica costante. Questo cambia tutto. Il metodo non sostiene davvero che basti leggerne i passaggi, chiudere gli occhi e ottenere subito il risultato; propone un’abilità da ripetere finché la sequenza diventa familiare.

All’inizio una persona può dover ricordare l’ordine dei distretti muscolari, chiedersi se sta respirando correttamente e scegliere l’immagine da visualizzare. Sono tutte operazioni che richiedono attenzione. Con la ripetizione, la stessa sequenza può diventare più scorrevole e richiedere meno decisioni coscienti. Il valore possibile sta proprio qui: una routine sempre riconoscibile riduce il lavoro da fare quando si è già stanchi.

La pratica, però, non trasforma il tempo dichiarato in una scadenza. Due persone possono seguire gli stessi passaggi e arrivare a risultati diversi; anche la stessa persona può trovare la tecnica utile una sera e poco efficace in un’altra. Il metodo interviene sul modo in cui si rilassano corpo e attenzione, non su ogni causa capace di tenere svegli.

Usare il cronometro come verifica quotidiana rischia inoltre di falsare il senso dell’esercizio. Una routine può essere utile anche se il sonno arriva senza rispettare il tempo promesso: può ridurre la tensione percepita, evitare di cambiare strategia di continuo e offrire un compito semplice quando la mente continua a lavorare. Se invece l’unico criterio è battere un tempo, ogni minuto aggiuntivo viene vissuto come un fallimento. A quel punto la tecnica diventa un’altra prestazione da controllare.

Pensieri, ambiente e ritmo del sonno restano fuori dalla procedura

Il rilassamento muscolare agisce sulla tensione del corpo. La visualizzazione prova a occupare l’attenzione con un contenuto neutro. Restano però fuori diversi elementi che possono spostare l’addormentamento: pensieri persistenti, ansia, condizioni ambientali e ritmo sonno-veglia, cioè l’alternanza con cui l’organismo distribuisce sonno e veglia nella giornata.

Una preoccupazione concreta non scompare necessariamente perché viene sostituita con l’immagine di un lago. La scena guidata può interrompere per qualche momento il flusso dei pensieri, ma la mente può tornare sul problema. Insistere con aggressività sulla formula suggerita dal metodo può produrre l’effetto opposto: la persona controlla se sta pensando e, proprio per questo, continua a farlo.

La visualizzazione funziona meglio come compito neutro che come ordine di svuotare la mente. L’immagine scelta deve essere semplice, stabile e priva di una storia da sviluppare. Se la canoa comincia a muoversi, compare una destinazione e la scena si riempie di dettagli, l’esercizio rischia di diventare un racconto mentale. Il criterio pratico è più modesto: offrire all’attenzione qualcosa di poco impegnativo a cui tornare quando si allontana.

Anche l’ambiente può prevalere sulla procedura. Rumori, luce, temperatura sgradevole o interruzioni non vengono corretti dal rilassamento progressivo. Si può distendere la mandibola quanto si vuole, ma uno stimolo esterno continua a richiedere attenzione. In questa situazione il risultato lento non dice che la persona ha eseguito male il metodo; segnala che la tecnica sta lavorando soltanto su una parte del problema.

Il ritmo sonno-veglia pone un limite analogo. Sentirsi fisicamente rilassati non equivale sempre ad avere sonno. Se il corpo non è pronto a entrare nel riposo, la sequenza può favorire la calma senza portare subito all’addormentamento. È la differenza tra ridurre l’attivazione e provocare il sonno a comando: il metodo può puntare alla prima cosa, mentre la promessa pubblica lascia intendere la seconda.

Il confronto con respirazione e integratori cambia poco

Tra le altre tecniche per addormentarsi circola spesso il metodo 4-7-8, una respirazione ritmica attribuita al medico statunitense Andrew Weil e derivata dal pranayama. La fonte commerciale che ne presenta la sequenza precisa anche che manca una conferma scientifica unanime. Sostituire una promessa cronometrica con un’altra, quindi, non risolve il problema: anche qui bisogna valutare l’effetto reale sulla singola persona senza trasformare il conteggio del respiro in una garanzia.

Melatonina, GABA, valeriana e altri ingredienti vengono spesso affiancati a queste procedure. Un elenco di sostanze, però, non consente di stabilire quale sia adatta, efficace o necessaria, né permette di presentare un integratore come cura dell’insonnia. Il confronto utile rimane quello tra il problema concreto e il tipo di intervento, non tra promesse stampate su prodotti diversi.

Quando il rilassamento non basta a spiegare l’insonnia

Una difficoltà occasionale ad addormentarsi e un problema persistente non sono automaticamente la stessa cosa. Nel primo caso una routine può servire a ridurre l’agitazione e a evitare una continua ricerca di nuovi trucchi. Quando la difficoltà si ripete, incide sul riposo o si accompagna ad altri disturbi, considerarla soltanto una carenza di rilassamento restringe troppo il problema.

Il contesto sanitario riguarda soprattutto la quantità e la continuità del riposo, non la capacità di rispettare un tempo spettacolare. I Centers for Disease Control and Prevention indicano per gli adulti almeno sette ore di sonno per notte e associano una carenza cronica a maggiori rischi per salute cardiometabolica, umore, prestazioni cognitive e infortuni. Il dato utile per il lettore non è quanto rapidamente riesca a “spegnersi” una sera, ma se nel tempo ottiene un riposo adeguato e come funziona durante il giorno.

Una tecnica di rilassamento può quindi essere provata come routine, osservando se rende più semplice abbandonare tensione e pensieri. Non dovrebbe invece diventare un’autodiagnosi: fallire il tempo promesso non identifica la causa della difficoltà, mentre riuscirci qualche volta non esclude un sonno insufficiente o poco ristoratore. Se il problema persiste, la valutazione deve spostarsi dal trucco serale alla situazione complessiva e, quando necessario, al confronto con un professionista sanitario.

Il cronometro dell’apertura mette vicini un tempo promesso e un riferimento medio, ma nessuno dei due misura da solo la qualità del sonno di una persona. La parte concreta da tenere è la routine appresa con la pratica; la cifra da lasciare andare è quella usata come garanzia. Se il sonno continua a slittare, serve capire che cosa resta fuori dalla procedura, non eseguire la stessa sequenza con più pressione.

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Di Vittorio Traetti

Sono uno scrittore con un amore per la lingua inglese. Scrivo per lavoro, divertimento e talvolta solo perché ho bisogno di espellere i miei pensieri sulla pagina.